giovedì 19 marzo 2015

A mio Padre


Da bambino tuo padre è l'uomo più forte del mondo, in sua presenza ti senti al sicuro. Un padre ti protegge, ti insegna, ti spiega, ti rende più forte. Poi cresci e finisci inevitabilmente per litigarci, per scontrarti, si finisce sempre, almeno un po', per non capirsi. Poi cresci ancora e in fondo tuo padre ritorna per te quello che era da piccolo. E almeno un po' tu diventi per lui quello che lui era per te da piccolo. Perché un genitore invecchia, mentre tu cresci. E ti accorgi che il tempo passa quando non è più tuo padre a mettere da parte il pezzo migliore della torta per te, ma al contrario sei tu a inventare scuse per lasciare a lui l'ultima porzione di gelato. Un padre, un genitore, è una cosa preziosa. Mio padre è una guida preziosa.
Quand'ero bambino in sua presenza la paura spariva. Quando c'era papà il mondo non poteva mai far paura. Era una fonte inesauribile di informazioni, anche se quando chiedevo una storia o una barzelletta raccontava sempre quelle uniche due che ricordava. Ma mi piaceva lo stesso ascoltarlo all'infinito.
Ricordo di un amico, al liceo, che mi confidò di avere dei problemi di una certa rilevanza e di essere seriamente preoccupato. Io gli chiesi se ne avesse parlato con suo padre e fu per me uno schock quando lui mi rispose che non poteva farlo perché il padre non era in grado di aiutarlo e anzi sarebbe stato male al solo venire a conoscenza dei suoi problemi. Io avevo sempre dato per scontato mio padre. La sua presenza accanto a me era una cosa ovvia, banale. Era la prima e unica persona a cui mi sarei mai rivolto in caso di problemi importanti. L'idea che qualcuno non potesse fare affidamento sul proprio padre mi era completamente aliena.
Mi resi conto di quanto ero stato fino ad allora incredibilmente fortunato ad avere un padre in grado di aiutarmi anche solo con la sua presenza silenziosa.
Con un padre si litiga, si discute, ci si urla anche in faccia. E poi si sta male in due. Sto male io all'idea di averlo ferito, all'idea che non si riesca a comprendersi reciprocamente. E sta male lui, chiedendosi perché quel figlio sia così stupidamente testardo. E poi ci si riabbraccia, e magari ci si prende in giro. Perché un padre è sempre un padre. E un figlio è sempre un figlio.
Un padre non è perfetto. Un padre è un uomo, con pregi e difetti, vizi e virtù. Puoi metterli su di una bilancia se vuoi, ma non è da questo che si giudica un uomo. Forse un uomo si giudica anche da quello che ti insegna semplicemente standogli accanto. Ho visto mio padre insegnarmi a diffidare del prossimo, a prendere le distanze, a temere il male. L'ho sentito spesso mettermi in guardia. Ma ho visto mio padre trattare con umanità il prossimo, a prescindere dalla sua origine, dalla sua razza (o meglio etnia), dalla sua istruzione. Ho sentito innumerevoli uomini e donne parlare di mio padre con grande rispetto. Non il rispetto che deriva dalla paura e dall'ammirazione per l'uomo di successo, ma il rispetto per l'uomo che pur nelle difficoltà rimane signore, per l'uomo che tratta il suo prossimo con umanità e giustizia, con dignità. Per l'uomo che non abusa del suo potere ma che lo usa per fare del bene.
Ho scoperto in mio padre un uomo dalla infinità bontà che le avversità della vita hanno scalfito, ma non annientato.
Ho visto mio padre confondersi e preoccuparsi per la mia piccola sciocchezza. Ma ho scoperto in lui un uomo che pur non essendo più un giovane bersagliere sa far fronte alle difficoltà con prontezza giovanile.
Papà non è stato un caso se quella sera prima di svenire ho cercato proprio te. Sapevo che, anche se spesso ti lasci prendere dal panico per la minima sciocchezza, sei la persona giusta a cui rivolgersi nei momenti che contano davvero.
Alle volte penso che questi ventisette anni in tua compagnia siano una sorta di regalo. Un regalo che mi hai fatto tu con la tua capacità di far fronte alle avversità, un regalo che mi ha fatto mamma standoti accanto nei momenti più difficili. Un regalo che mi hanno fatto quelle persone che sono accorse nel momento del bisogno e che erano lì per la stima e l'affetto nei confronti tuoi, prova vivente che è pur vero che chi semina bene alla lunga qualcosa raccoglie.
Mi chiedo se riesco a farti capire quanto importante tu sia per me. Mi chiedo se riesco a farti capire quanto grande è il mio affetto nei tuoi confronti. Quanto immensa sia la mia stima nei tuoi confronti. Spero che questa piccola lettera possa darti un'idea della tua importanza nella mia vita.

Come sarò ricordato dai miei figli? Ecco la vera misura di un uomo. (Abulurd Harkonnen - Frank Herbert)
Se rileggo queste parole non posso fare a meno di pensare che mi riterrò un uomo immensamente fortunato se un giorno mio figlio proverà nei miei confronti anche solo la metà della stima che io provo per mio padre.

Credo sia una grande fortuna per un figlio poter essere orgoglioso del proprio padre. I genitori non li scegli, prendi quelli che la vita sceglie per te. Io sono stato fortunato. È un privilegio essere tuo figlio, grazie papà.



mercoledì 11 marzo 2015

Critica, cultura e tempo libero

Quante volte vi siete chiesti perché i critici sono sempre così pronti a stroncare un film? Quante volte avete ascoltato una canzone piacevole subito distrutta dal primo esperto di turno che la considera sciatta e banale? Quante volte avete odiate quell'intellettualoide da strapazzo che ha criticato aspramente la vostra saga letteraria preferita definendola il prodotto idiota di un ragazzino convinto che basti scrivere due scene d'azione per essere pubblicato?
Che problema hanno questi esperti? Perché non possono semplicemente godersi la bellezza di un film che faccia ridere senza mettersi per forza a criticare l'assenza di profondità? Oppure perché non possono lasciar leggere i pace i propri figli invece di vietare Harry Potter perché la storia è banalotta e c'è di meglio?
Se dovessi provare a darvi una risposta allora identificherei il problema nell'esperienza.
Fermi tutti, prima di fare quelle facce perplesse e chiudere la pagina datemi almeno il tempo di spiegare.
Un'esperienza nuova ha sempre qualcosa di diverso rispetto all'abitudine.Se siete abituati a passare tutti i pomeriggi al lavoro quell'unico pomeriggio in casa vi sembrerà il paradiso. Al contrario se siete bloccati dentro casa per una convalescenza il primo pomeriggio di lavoro vi darà probabilmente l'impressione di essere rinati.
Lo stesso vale con i film, i libri, le canzoni. Oggi trovate molto più difficile apprezzare un film perché la vostra mente subito si ricollega ai ricordi passati e cominciate con i paragoni, finendo magari per concludere che il film che avete appena visto è carino, ma non esattamente originale.
La vostra reazione a uno stimolo è ovviamente legata alle vostre esperienze, la prima volta al mare sarete probabilmente rimasti stupefatti di non trovare nulla che limitasse il vostro orizzonte, ma se lo vedete ogni mattina mentre andate al lavoro finirete per non notarlo. Magari se invece, come capita a me, siete lontani dal mare undici mesi l'anno quel mese in cui avete la possibilità di ammirarlo ritorna un po' come la prima volta.
Quello che spesso i critici dimenticano è che un'opera artistica (categoria che vale tanto per un dipinto di Giotto quanto per un film di Ficarra & Picone) è qualcosa di estremamente soggettivo e va a toccare delle corde personali che variano da individuo a individuo. Alcune sono se non proprio identificabili quantomeno ci permettono di identificare delle categorie. Così sappiamo che le persone reagiscono diversamente di fronte a una forma di espressione artistica in base al livello culturale, alle loro esperienze, anche in relazione alle idee politiche (pensate a un film "impegnato" o ad una canzone di Guccini).
Per cui stroncare un libro solo perché è scritto con uno stile "ridicolo" può essere superficiale e si rischia di restare stupefatti nello scoprire che lo stesso libro ha avuto un successo enorme fra il pubblico semplicemente perché ci si è dimenticati che la raffinatezza di uno stile non è percepibile allo stesso modo in persone che hanno livelli d'istruzione differenti, così come la banalità o l'originalità di un'idea saranno considerate in maniera decisamente differente dall'esperto e dal neofita.
Questo non vuol dire che opere differenti siano necessariamente equivalenti perché la valutazione è necessariamente una azione soggettiva, così come non vuol dire che ci siano opere di un certo livello e altre destinate ad essere apprezzate dalla plebaglia incolta.
Al contrario invece tutto questo dovrebbe ricordarci che il modo in cui percepiamo e leggiamo il mondo dipende, anche, dalle nostre esperienze pregresse. Di conseguenza quando si valuta un'opera bisogna considerare non il suo valore in una scala di assoluti in cui la Divina Commedia sta in alto e Checco Zalone in fondo, ma al contrario tenere conto del diverso pubblico a cui l'opera era destinata in origine e della sua capacità di veicolare i propri contenuti fino a raggiungere il soggetto che ne usufruisce.
Vi sono libri notevoli per stile e raffinatezza, ma decisamente vuoti in quanto a contenuti. Basta uno stile raffinato a distinguerli da uno scadente e raffazonato raccontino di un dilettante? Al contrario esistono romanzi scritti con uno stile semplice e di ben poche pretese, ma in grado di veicolare concetti profondi e raggiungere persone che ben difficilmente sarebbero in grado di leggere il lbro di quel filosofo che parla di cose tanto interessanti ma che scrive in un modo indigeribile per chi ha solo la terza media.
Vi sembra banale? Non lo è, perché per chi vuole condividere un'idea o una riflessione la capacità di farsi comprendere e leggere da un pubblico quanto più vasto possibile è fondamentale.
Tanto per fare una scivolata nel campo della mia amata fantascienza, Isaac Asimov è uno scrittore amatissimo ma spesso controverso, accusato di uno stile asciutto e povero. Eppure il buon Asimov ha raggiunto un pubblico immenso proprio grazie a uno stile che scorre così bene da dar l'impressione di scorrere le pagine senza riuscire a fermarsi.
Una parte del grande successo del comunismo nei primi anni del Novecento è certamente dovuta all'impegno per la scolarizzazione delle masse, alla capacità di istruire e incuriosire coloro che dalla cultura erano sempre rimasti esclusi.
Oggi al contrario la cultura si è allontanata nuovamente dalle masse, è tornata elitaria, lasciando che la cultura di massa diventasse campo di conquista della pubblicità e del consumismo. Certo la battaglia è difficile, certo bisogna fare i conti con l'ignorante che non ha alcuna intenzione di smettere. Certo.
Però è inutile pontificare dall'alto criticando l'esistenza dell'ignoranza far nulla per combatterla. Se ogni volta in cui l'arte si avvicina al popolo, offrendosi in una forma "consumabile dagli incolti", arriva l'eminenza grigia di turno a stroncare l'operazione allora bisognerebbe ammettere che c'è una certa cultura che desidera solo restare aggrappata alle proprie torri d'avorio per poter guardare dall'alto chi non ha accesso ai suoi segreti.

Bisogna trovare la cultura sostanziosa. Se la troviamo, la prenderanno tutti gli affamati. (Lev Tolstoj)

Cultura: l'urlo degli uomini in faccia al loro destino. (Albert Camus)

È grave che si consideri la cultura "tempo libero". Come se le cose serie fossero produrre e consumare. (Fabrizio Gifuni)

L'industria culturale non è tale da impedire la nascita di un'opera d'arte di qualità e magari d'eccezione. Ma è evidente che ne condiziona la forma. L'industria culturale è il terreno su cui opera la nostra cultura. Non potrebbe essere diversamente. Se Balzac scriveva capolavori nella forma del romanzo, ciò è perché l'industria culturale dell'epoca chiedeva questo genere. (Edoardo Sanguineti)

Per cultura si deve intendere [...] la capacità globale di rispondere in modo adeguato ai problemi di sopravvivenza che una società deve affrontare. A ogni livello: energetico, agricolo, industriale, educativo, mentale, comportamentale. Vale a dire, la capacità di capire il proprio tempo, di individuare le grandi leve che producono i veri cambiamenti, e di utilizzarle per adattarsi, anche mentalmente, al proprio ambiente (o per adattare l'ambiente a sé). (Piero Angela)

giovedì 26 febbraio 2015

Una ordinaria serata di coppe

Ve lo dico subito: non mi godevo una serata di coppe così dai tempi in cui c'era ancora la Coppa Uefa e si giocava ancora tutta a eliminazione diretta. Erano gli anni in cui ci andavano quattro italiane e si giocava a orari diversi. C'era ancora la Coppa delle Coppe e la Coppa dei Campioni la faceva la vincitrice del campionato e la seconda andava ai preliminari. Erano gli anni in cui io ero bambino e aspettavo le coppe per tifare per TUTTE le italiane, prima che le antipatie mi spiegassero il perché c'erano tifosi che gufavano contro le squadre rivali.
E pazienza se stasera delle cinque italiane su cinque che hanno passato il turno ben due venivano dal piano superiore, pazienza se non siamo più il primo campionato d'Europa. Perché stasera Roma, Napoli, Fiorentina, Inter e Torino mi hanno ricordato il sapore della vecchia Coppa Uefa, quando il giovedì avevi l'impressione che tutto unito il calcio italiano andasse alla conquista dell'Europa. Pazienza se è solo un illusione, a volte è anche di questo che si nutre il bambino che ci portiamo dietro.
Ma questa sensazione, questa goduria che mi attraversa, non esisterebbe senza il miracolo del Torino. Sì perché questa sera il Torino è riuscito nell'impresa di battere, a casa sua, l'Athletic Bilbao (una squadra che ha tra l'altro una storia e un'identità assolutamente straordinaria). Il Toro ci ha fatti sognare (contro un avversario che a sua volta ricorda i bei tempi andati quando il calcio era passione e identità) rimandandoci indietro nel tempo, scomodando paragoni storici come quel meraviglioso Vicenza che vinse la Coppa Italia e sfiorò la finale di Coppa delle Coppe uscendo contro il Chelsea. E scomodando anche un paragone con quel Torino di Mondonico, e della sua sedia, che nel 1992 andò vicinissimo alla conquista della Coppa Uefa.
E intanto in questa settimana di coppe tutte le italiane hanno portato a casa la vittoria, sei vittorie su sei.
Magari sarà solo per questa sera, ma almeno per questo giovedì è bello pensare che il calcio italiano può ancora farci divertire in Europa. Come quando ascoltavo le partite con quella radiolina portatile avuta in regalo con lo scatolone di detersivo. Erano altri tempi, ma soprattutto ero un altro io. Ero ancora un bambino. E forse la differenza è tutta qui.

mercoledì 25 febbraio 2015

Luminous

Dire Egan vuol dire Hard Science Fiction. Dell'autore australiano si conosce poco, la sua riservatezza è proverbiale ed è praticamente impossibile trovare una sua foto sul web. Questa ritrosia nel mostrarsi sembra quasi ritornare nei suoi scritti che non brillano certo per trattazione psicologica dei personaggi ed in cui è onestamente difficile riuscire a provare un briciolo di empatia verso i protagonisti. Famoso per una trattazione spesso ai limiti del saggio (quasi)scientifico Egan risulta ostico al lettore che poco mastica di fisica e matematica. Questo è un limite che ha spesso segnato in negativo l'indice di gradimento dei suoi scritti, pur essendo in generale di altissimo livello, ma appunto di difficile lettura.
 Si dice però che lo scrittore vincitore di un Premio Hugo (con Oceanic nel 1999) dia il suo meglio nella narrativa breve. Luminous, pubblicata nel 1998, e in Italia tradotta nel 2001, è la sua seconda antologia. Raccoglie diversi racconti attraverso i quali si spazia dal postumanesimo al libero arbitrio, passando per la ricerca della felicità e la cosmologia. A differenza però dei suoi più famosi romanzi in questi racconti troviamo un Egan più colloquiale, decisamente meno ostico. Pur non brillando per  spessore dei protagonisti possiamo apprezzare una narrazione scorrevole che, pur conservando i temi della fantascienza hard, scivola veloce senza appesantire il lettore che meno apprezza le opere più “matematiche” dell'enigmatico autore australiano.
Questo l'elenco dei racconti presenti nella raccolta:
1.    Pagliuzze
2.    Eva Mitocondriale
3.    Luminous
4.    Mister Voglio
5.    Nel suo bozzolo
6.    I sogni del trasferimento
7.    Fuoco d'Argento
8.    I miei motivi per stare allegro
9.    Nostra Signora di Chernobyl
10.   Il Tuffo di Planck
Ogni racconto è originale e permette al lettore di calarsi in una storia in cui la scienza presenta problemi etici e morali che meritano di essere indagati attentamente.
Così mentre in Pagliuzze abbiamo a che fare con un killer e delle ricerche sul cervello umano,  in Eva Mitocondriale Egan riprende la teoria secondo cui si può risalire alla progenitrice originaria dell'umanità attraverso il DNA mitocondriale, il quale ovviamente si trasmette solo di madre in figlio/a. Ne verrà fuori una guerra dei sessi di proporzioni globali.
Luminous è un supercomputer che permette di mettere alla prova una teoria secondo cui vi è un difetto nella matematica e questo sarebbe all'origine di conseguenze piuttosto particolari per l'universo.
Mister Voglio è un notevole racconto in cui Egan tratta del libero arbitrio; mentre in Nel suo bozzolo leggiamo di una tecnologia eugenetica che permetterebbe di porre un filtro placentare selettivo. Tale filtro offrirebbe la possibilità di scegliere quali sostanze la madre possa scambiare con il feto, influenzandone lo sviluppo.
E poi ancora I sogni del trasferimento in cui si approfondisce il tema del Minduploading, il caricamento su supporto digitale della coscienza umana, e dell'identità, mentre in Fuoco d'argento siamo alle prese con un morbo misterioso e un'epidemia di misticismo.
I miei motivi per stare allegro è la storia di un bambino che si ritrova a scoprire (e infine a governare) i processi biologici all'origine della felicità e della soddisfazione. Egan sviscera l'argomento in maniera notevole, presentando il tema del libero arbitrio da un punto di vista sicuramente originale.
In Nostra Signora di Chernobyl seguiamo le tracce di una misteriosa icona ucraina, mentre a chiudere l'antologia abbiamo Il Tuffo di Planck, storia di un esperimento ai limiti dell'infinitamente piccolo, in cui ritroviamo un Egan dallo stile più ostico e che in questo si discosta sicuramente dai nove racconti precedenti.
In definitiva si tratta di una raccolta piuttosto varia, in cui ritornano sicuramente alcuni fra i temi più cari all'autore come il postumanesimo e la struttura della realtà. Essendo queste storie narrate con uno stile più semplice di quello cui Egan ci aveva abituati siamo convinti che potranno piacere anche a chi  ha dovuto rinunciare ad altre sue opere più complesse come La Scala di Shild, recentemente pubblicato da Mondadori nella collana Urania Collezione. Se Egan vi stuzzica ma faticate a seguirlo questa potrebbe essere l'occasione giusta per conoscerlo meglio.

giovedì 12 febbraio 2015

Giusto qualche parola

Non devo aver paura.
La paura uccide la mente.
La paura è la piccola morte che porta con sé l'annullamento totale.
Guarderò in faccia la mia paura.
Permetterò che mi calpesti e mi attraversi, e quando sarà passata non ci sarà più nulla,
soltanto io ci sarò.

È più facile ridere in faccia alla paura e sfidare la morte quando hai una famiglia che ti vuole bene, degli amici che si dimostrano presenti e soprattutto una sorella speciale che si nutre del coraggio che mostri e si trasforma in guardia del corpo. Da solo è facile farsi prendere dallo sconforto, con chi ti vuole bene accanto il coraggio è semplice fiducia. 
Ti voglio bene Vittoria, sorellina mia.
Amare non è un privilegio, è solo abilità. È ridere di ogni problema, mentre chi odia trema.
Con queste parole, qualche giorno fa, ringraziavo mia sorella per tutto il supporto che mi ha dimostrato nei giorni precedenti.
Molti di voi lo sapranno già: nel pomeriggio del 26 gennaio mi sono recato in pronto soccorso a causa del mal di testa cronico che mi affligge dai giorni precedenti il Natale trascorso. Gli ultimi li avevo trascorsi cercando di sopportare il dolore a via di bustine di antidolorifico prese al ritmo di una ogni 5-6 ore, senza alcun risultato. Così, accompagnato da mia sorella, vado in pronto soccorso dove alla fine il medico si decide a farmi fare una TAC per scrupolo. Con sorpresa di tutti viene fuori che ho un ematoma subdurale. Per chi non è avvezzo al termine si tratta di una raccolta di sangue sotto lo strato più esterno delle meningi, cioè la struttura che avvolge il cervello e lo protegge e che si trova subito sotto il cranio.
Bisogna operare. L'intervento in effetti è piuttosto semplice, richiede poco più di una mezzoretta e si fa in anestesia locale.
Non voglio tirarla troppo per le lunghe, ma in poche parole in sala è andato tutto bene e adesso sono a casa.
Lo scopo di questo intervento però non è quello di raccontarvi l'intervento, ma bensì di ringraziare quanti di voi mi hanno mostrato la loro vicinanza e il loro affetto in questa settimana.
Non farò molti nomi, perché dovrei fare una lista lunghissima con il rischio, o meglio la certezza, di dimenticarne qualcuno per strada. Al contrario mi limiterò a ringraziarvi tutti, insieme, per il vostro supporto e per il vostro calore.
In questa sede però, permettetemelo, vorrei ringraziare tre persone che particolarmente mi sono state accanto nei primi momenti. Mi riferisco ovviamente a mia sorella Vittoria che è stata semplicemente il mio angelo custode per tutto il periodo pre e post intervento.Mi è stata accanto in ogni passo preoccupandosi di rendere semplice il difficile.
Le altre due persone che voglio ringraziare pubblicamente sono due colleghe, e soprattutto due amiche, Emma e Francesca. Entrambe sono state accanto a me, e a Vittoria, sia con la semplice presenza che prodigandosi per le piccole necessità che sorgono in questi casi.
Al contrario di quanto a volte si dice in giro i veri amici si vedono nel momento del bisogno. Chi ti vuole bene è il primo a correre quando serve, a dare una mano nel momento del bisogno.
Grazie a tutti, grazie a chi c'era quella sera, a chi c'è stato i giorni successivi e a chi c'è stato anche solo con una telefonata o con un messaggio.
La verità, nuda e cruda, è che se qualcuno tiene a te sarà al tuo fianco nel momento del bisogno. Il resto sono solo chiacchiere, aria fritta, belletto da becchino per rendere presentabile un rapporto deceduto. 
Grazie a chi c'è stato in questi giorni, in mille modi diversi, ciascuno secondo le proprie possibilità. Se nella vita si raccoglie quel che si semina allora spero di poter aiutare tutti voi col vostro raccolto futuro.

Vi lascio con un articolo preso da Le Scienze di febbraio. Giusto due colonne per quelli che ancora rimpiangono i bei vecchi tempi.


domenica 25 gennaio 2015

La Corsa di Miguel. Never give up

Ci sono sfide che arrivano quasi per gioco, ti iscrivi in palestra perché a 24 anni avere il fiatone per un piano di scale è qualcosa che ti fa seriamente preoccupare, cominci per gioco giusto a fare quella mezz'oretta sul tappeto, quattro addominali e due esercizi due giusto per far qualcosa. Poi scopri i corsi, l'aerobica mescolata ai pesi, la fit boxe, il circuito, il funzionale. Insomma cominci a prendere sul serio l'impegno. E intanto c'è chi ti spinge a provare la corsa, ti fa quasi violenza psicologica tra un piegamento e trenta burpees. Così capita che a giugno dello scorso anno aprono la benedetta pista ciclabile che va da Monte Mario a Valle Aurelia, 5km ad andare e altrettanti a tornare. Lo spazio perfetto per correre nel tardo pomeriggio col sole romano che si abbassa tra i colli, lontano dall'afa della palestra e con un panorama decisamente suggestivo.
Dopo la Spartan Sprint dello scorso anno, 5km e diversi ostacoli, decido di dedicarmi alla corsa e tra Giugno e Luglio macino chilometri con le cuffie nelle orecchie e i podcast a farmi compagnia. Sono quasi convinto di continuare anche ad Agosto, quando il ginocchio due giorni prima della partenza mi ricorda che forse ho esagerato. In poche parole ginocchio gonfio per 3 settimane, riposo assoluto e massa muscolare che ritorna quasi ai minimi storici. Insomma, stop per tutta l'estate. Ho ripreso a settembre e a inizio novembre sono riuscito a toccare quota 15 km, poi un po' la noia e un po' la pigrizia ho rallentato con gli allenamenti.
Oggi, 25 Gennaio 2014, La Corsa di Miguel. La mia prima vera gara sui 10 km, una distanza abituale ma comunque impegnativa, che viste le colazioni a base di pane e nutella delle vacanze natalizie pensavo di portare a casa con un tempo intorno all'ora e dieci minuti. Invece, soprattutto grazie a una gestione perfetta e alla spinta del settimo chilometro, alla fine è arrivato un tempo di un'ora e quattro minuti che per chi è abituato a correre seriamente è robetta, per me che tre anni fa avevo il fiatone dopo un piano di scale è già un bel risultato.
Un ringraziamento enorme va a Flavio, compagno di tanti allenamenti in palestra, che sicuramente è stato un grande stimolo in questa nuova avventura. Ringrazio anche Luca, neofita della corsa e anche lui compagno di tante fatiche del martedì e del giovedì.
Insomma, una bella giornata di sport, nonostante il deficiente che sullo scooterone si lamenta per le quattro strade a traffico ridotto per la mattinata riferendosi ai cinquemila partecipanti della corsa con le parole "sti quattro stronzi" (sarai bello tu). Una bella giornata di sport con la mamma che corre i quattro chilometri spingendo il figlio con il passeggino e la coppia che spinge il nonno sulla carrozzina. E soprattutto il signore superato al chilometro sei  che portava sulle spalle la scritta "novembre 2013 un donatore mi ha ridato la vita, 25 gennaio 2015 riparto dalla Corsa di Miguel".
Una bella giornata di sport, in compagnia di amici e compagni di allenamento fantastici con cui spero di condividere molte altre esperienze.
E poi c'è un desiderio, una sfida, che si chiama Roma-Ostia, la mezza maratona, 21 km di sudore da portare a casa il primo marzo. Un pensiero fisso da Giugno, una vera sfida, seria e impegnativa.
U surci ci dissi a nuci: dammi tempu ca ti perciu.
Per i non siciliani: il topo disse alla noce" riuscirò ad aprirti, è solo questione di tempo".

                    

lunedì 19 gennaio 2015

Dell'ottimismo e del pessimismo. E del sogno di una realtà diversa.

   Ormai da qualche tempo ritorna ciclicamente il dibattito sulla contrapposizione tra fantascienza positiva (o utopica) e fantascienza negativa, (o distopica). Su facebook, all'interno del gruppo di appassionati Romanzi di Fantascienza, la diatriba è spuntata fuori nelle discussioni più insospettabili e ha scaldato gli animi tra chi afferma di non poterne più di toni grigi e civiltà decadenti e chi al contrario asserisce che descrivere società positive e colme di speranza sia al momento anacronistico e ingenuo. Il dibattito ha presto oltrepassato i limiti della ristretta cerchia degli appassionati, attirando l'attenzione e il contributo di diversi scrittori italiani, alcuni dei quali chiamati in causa per via dei loro romanzi e racconti.
   Il numero 73 dell'ottima rivista Robot presenta un ottimo saggio di Marco Passarello che offre una panoramica più internazionale alla questione. Lo spunto, e non poteva essere altrimenti, è il progetto Hieroglyph. Nato da un'idea di Neal Stephenson, Hieroglyph raccoglie i contributi narrativi di numerosi scrittori affermati. Il motore di questa iniziativa è l'idea secondo la quale l'eccessivo pessimismo nella fantascienza degli ultimi decenni avrebbe reso asfittica la nostra capacità di reagire, di immaginare un mondo migliore. Ecco perché la necessità di un ritorno alla fantascienza solare, sperando di essere uno stimolo, una speranza, un ferma presa di posizione contro una deriva oscura che, lungi dal descrivere il mondo per com'è nei fatti, si sta trasformando, secondo le parole di Robert J. Sawyer, in una profezia che si autoavvera.
   Ovviamente Passarello fa notare che un nutrito gruppo di autori ha manifestato il proprio dissenso nei confronti di una iniziativa che sembra voler ignorare i reali problemi della società globale e ingenuamente crede di poter ribaltare tutto chiudendo gli occhi e sognando eroi e mirabolanti tecnologie che saneranno le cicatrici dell'umanità. Notevole, e tagliente, è il contributo di Richard Morgan che ritiene l'iniziativa basata su una visione castroficamente cieca di ciò che oggi accade nel mondo e di ciò che probabilmente ci aspetta dietro l'angolo.
   Anche Dario Tonani, che più  volte ha partecipato alle discussioni sul tema, aveva già espresso la sua perplessità di fronte a questa iniziativa. Tonani afferma di utilizzare la fantascienza come mezzo per ammonire: di questo passo dove andremo a finire? Trovo che la distopia sia la più produttiva e propulsiva delle provocazioni....
   Interessanti sono anche i contributi di Tullio Avoledo, Valerio Evangelisti e Piero Schiavo Campo, come anche quello di Giovanni De Matteo che conclude ricordando che ogni distopia racchiude in sé il seme di un'utopia.
   L'articolo di Passarello, che di fatto sembra dare voce a quanti considerano ingenua l'iniziativa di Stephenson, conclude cercando di mediare tra le due posizioni, sottolineando pregi e difetti di entrambe. Senza però risparmiare una stoccata agli scrittori della fantascienza più distopica che commetterebbero l'errore di proporre mondi scontati e uniformemente brutali e negativi finendo per provocare un ottundimento delle coscienze invece che un loro risveglio. Il rischio è di far credere che non ci sia niente da fare e che il lupo sia invincibile. Il male di cui soffre la società odierna è proprio la pretesa mancanza di alternative. Mentre è proprio di futuri alternativi che vive la fantascienza.
   Come avrete capito si tratta di un saggio da leggere avidamente, ricco di spunti e opinioni che meritano ben più considerazione di questo mio piccolo blog, il mio consiglio a quanti ancora non l'avessero fatto è di andare sul sito della rivista Robot e procurarvi subito una copia di questo numero (il 73) o magari di abbonarvi direttamente.
   Tornando a noi, ho voluto grassettare la conclusione di Passarello perché rispecchia pienamente la mia opinione personale e di cui avevo già parlato in questo intervento prendendo spunto dalle parole di Ursula K. Le Guin (le quali non certo a caso sono scelte per la citazione in quarta di copertina di questo numero 73 di Robot).
[...] avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall'ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.[...]

[...]I libri non sono merce. Gli scopi del mercato sono spesso in conflitto con gli scopi dell'arte. Viviamo nel capitalismo, e il suo potere sembra assoluto… ma attenzione, lo sembrava anche il diritto divino dei re. Gli esseri umani possono resistere e sfidare ogni potere umano. La resistenza spesso comincia con l'arte, e ancora più spesso con la nostra arte, l'arte delle parole. 

   Queste sono le parole della geniale scrittrice che di mondi alternativi è sicuramente un'esperta.
   La mia opinione, personalissima e discutibilissima, è che la distopia occupa un ruolo importante e insostibuile in campo lettearario, condivido l'idea di De Matteo secondo cui ogni distopia contiene il seme di un'utopia e anzi la ribalto, sostenendo  che ogni utopia contiene al suo interno il seme di una distopia, in un certo senso l'utopia di un uomo è la distopia di un altro.
L'Utopia di Platone è più terrificante di quella di 1984 di Orwell, perché Platone auspica che si realizzi quel che Orwell teme possa avvenire.
Arthur Koestler
   Trovo condivisibili le critiche mosse all'idea dietro Hieroglyph (che comunque spero possa essere tradotto in Italia), a partire dall'accusa di una certa ingenuità nell'idea che ignorando i problemi dell'oggi possiamo automaticamente realizzare un futuro migliore. Ogni teconologia, ogni scoperta, ogni verità, porta con se un seme che può essere usato bene o male, la realtà è tutta lì.
   Non posso quindi che condividere l'opinione espressa da Passarello sull'assenza, in questo mare di oneste e condivisibili provocazioni distopiche, di una reale proposta alternativa. Pur ricordando che un opera si giudica per ciò che contiene, e non per ciò che si vorrebbe che contenesse, è indubbio che si senta la mancanza di una fantascienza, di una letteratura, che oltre ad ammonire sia anche in grado di regalare sogni lucidi, reali, che offra proposte concrete, magari sbagliando, ma almeno provando a ipotizzare un futuro che sia in grado di superare le difficoltà del presente.
   Ha ragione quindi Sawyer e ha ragione ancora la Le Guin, che nonostante i suoi ottantacinque anni ci fa sembrare tutti dei vecchi moribondi con il nostro cupo e incessante pessimismo e la nostra incapacità di reagire. 
Il sogno dell'ingegnere tedesco (Von Braun, sognava una missione su Marte) doveva realizzarsi nel 1980. Invece è rimasto incompiuto, si dice per ragioni economiche. Eppure la missione militare americana in Iraq è costata trentacinque volte quello che sarebbe costata una missione verso Marte con la costruzione di una cupola sul pianeta rosso. Non sono i soldi che mancano. È il profilo culturale che si è abbassato, è la capacità di sognare che è diventata asfittica. Ma la storia è così, segnata da corsi e ricorsi: se ci crediamo, il grande viaggio può ricominciare.

Paolo Aresi, robot 66 pag. 139
   Le parole di Aresi, manco a farlo apposta prese anche loro da un Robot vecchio di qualche anno, ci ricordano che senza la capacità di sognare alternative valide e credibili siamo destinati a cadere vittime delle nostre stesse paure. E allora forse è ingenuo  non solo chi crede di cambiare il mondo solo sognando, ma anche chi non sa più immaginare una realtà diversa.


«Sono le scelte che facciamo, Harry, che dimostrano quel che siamo veramente, molto più delle nostre capacità.»
Albus Silente - J. K. Rowling