martedì 16 febbraio 2016

Letteratura di destra e di sinistra


 Oggi tiro fuori una polemica, di quelle che si sono raffreddate con la morte delle ideologie (che però non muoiono mai), ma che è sempre argomento buono per incendiare i salotti letterari.
Prima di iniziare devo fare una premessa: nell'argomentare farò riferimento a opere che appartengono al genere letterario conosciuto come fantascienza, questo semplicemente perché è il genere che più conosco e a cui posso riferirmi con cognizione di causa. Invito però chi non apprezza o non conosce il genere a proseguire comunque la lettura, e lo faccio per due motivi in particolare: il primo, e più importante, è che quanto dirò sulla fantascienza vale benissimo per qualunque altro genere letterario, quindi per tutta la letteratura e in generale per qualsiasi forma artistica; il secondo motivo, meno importante eppure comunque degno di menzione, è che chi meno conosce il genere potrebbe interessarsi ai testi che citerò e magari decidere di dare un'opportunità a una letteratura troppo spesso descritta ancora come omini verdi e raggi laser.
E adesso procediamo pure...

Mi è capitato qualche volta di sentir discutere persone ben più esperte di me e far riferimento a una vecchia polemica sulla fantascienza di destra e di sinistra, su questioni antiche come il muro di Berlino e sulla faziosità di certi personaggi. Il succo della faccenda starebbe nel ritenere o meno corretto strumentalizzare un testo letterario per veicolare idee di una certa parte politica, o nel ritenere fazioso chi a sua volta identifica un testo come "di destra" o "di sinistra".
Dico subito che a mio avviso a essere faziosa e strumentale è la stessa polemica e cercherò di farvi capire il perché.
Ognuno di noi ha le proprie idee, le proprie convinzioni, ed è normale che esse incidano su quanto un autore scrive e racconta, esattamente come è normale che incidano sulle sue amicizie e frequentazioni o sulla sua vita in generale.
Arte e letteratura sono impregnate della visione del mondo che, in quel preciso momento, era propria dell'autore dell'opera. Questo è particolarmente valido per quella che viene spesso definita come "letteratura impegnata" e ne è in effetti una caratteristica fortemente distintiva. Guai se non fosse così, significherebbe che tutto il tempo passato a leggere Sciascia sarebbe equivalso a prendere in mano un porno e sollazzare la mente invece del ventre.
Quando Sciascia narrava le sue storie non stava forse scrivendo qualcosa di politicamente impegnato? Qualcosa che può ben essere definito come letteratura politica? E più specificatamente come letteratura di sinistra?
Quando Orwell scrisse La Fattoria degli Animali non stava forse scrivendo letteratura di destra? E 1984 non è forse un'aspra critica dei totalitarismi? Il meraviglioso capolavoro di Tewis, Mockingbird, non è a sua volta letteratura politica? O ancora Dick nel suo meraviglioso racconto Le Pre-Persone non stava chiaramente scrivendo un'opera facilmente definibile come di destra? E Huxley, nello splendido Il Mondo Nuovo, non si rivolge con chiara preveggenza all'Occidente del dopoguerra mettendo in guardia la "gente comune" delineando brillantemente i punti chiave della sua oppressione? Non è tutto questo politica?
Autori diversi, testi diversi, momenti diversi della storia e perfino della vita di uno scrittore. Ognuno di loro ha cambiato più volte idea, crescendo e maturando come dovremmo fare noi tutti, sperimentando sulla propria pelle i fallimenti delle convinzioni più intime e modificando pezzo per pezzo una visione del mondo ogni volta inadeguata a descrivere la complessità della realtà.
La verità è che ciascuno di noi è costretto a guardare intorno a sé con il filtro delle proprie idee, tendendo a causa di ciò a inquadrare le altrui visioni come buone o cattive a seconda di come esse si incastrano con le sue. E non c'è niente di male in tutto questo, a patto però di esserne consapevoli.
Definire dispreggiativamente Heinlein come uno scrittore di destra solo perché non si condividono la sue posizioni è triste esattamente come non leggere No Logo di Naomi Klein perché è un libro di sinistra e a noi i comunisti proprio non piacciono.
Sostituite pure i nomi con chi volete, da Oriana Fallaci a Bauman o Tony Judt. Disprezzare un'opera, o un autore, perché di destra o di sinistra, mentre al contrario se ne elogia un altro a sua volta di destra o di sinistra semplicemente perché scrive le cose giuste significa essere chiusi nel proprio gretto e misero mondo incapaci di vedere come le opinioni altrui hanno lo stesso diritto di essere prese in considerazione delle nostre, come di essere brutalmente criticate al pari del diritto altrui di criticare e massacrare le nostre.
Quante volte avete sentito dire a qualcuno "io non sono di destra e nemmeno di sinistra, io sono per le cose giuste!". Si tratta di un problema di consapevolezza di sé stessi e del mondo, in cui il soggetto si pone al di sopra degli altri, definisce arbitrariamente cosa è bene e male e pretende che gli altri, al contrario di lui, siano invece impossibilitati perché marchiati da una schieramento di campo che divide diverse fazioni senza però delimitare quale fra le due abbia ragione, perché in fondo hanno torto entrambe. Insomma significa sostituire la causa con l'effetto e, per tornare alla letteratura, decidere che Sciascia non lo leggo perché siccome è di sinistra il suo libro sarà di sinistra, oppure lo leggo per lo stesso motivo, invece di considerare al contrario come il libro che Sciascia ha scritto può essere inquadrato come schierato a sinistra perché i suoi valori sono distintivi di una certa parte politica e filosofica. Se non riuscite a comprendere la differenza avete un serio problema...
Non troppo tempo fa si scatenò in rete una polemica perché una scrittrice affermava di scrivere fantascienza cattolica. Una nutrito gruppetto di filosofi atrofici decisero che si trattava di una baggianata. La fantascienza non può essere religiosa, non ha senso, perché intanto la letteratura non è di parte e perché poi tra l'altro la fantascienza chiede spazi mentali vasti e con la religione non c'entra nulla. Devo proprio farvi vedere col ditino dov'è la contraddizione? Devo proprio ricominciare da capo e spiegare di nuovo perché questa presa di posizione è più fallace e faziosa di quella di chi dichiara apertamente che ciò che scrive fa riferimento e propugna i valori di una ben precisa religione, di una ben definita visione del mondo e di una ben precisa filosofia di vita? Contrariamente all'opinione di quanti sbeffeggiarono la dichiarazione della scrittrice, l'apertura mentale di quest'ultima era ben superiore a quella dei suoi critici, non fosse altro perché era abbastanza consapevole della propria visione del mondo e di quelle altrui da essere in grado di dichiarare subito i valori che avrebbero caratterizzato i suoi scritti. E questo lo dico da ateaccio brutto e cattivo, che qualche racconto di fantascienza cattolica l'ha anche letto e lo ha trovato poco convincente, ma ciò non toglie che chiunque abbia il diritto di veicolare con l'arte i propri valori, ed è solo un pregio quello di esserne consapevole e addirittura dichiararlo in apertura.
Insomma, a conti fatti la letteratura di destra esiste come e quanto la letteratura di sinistra, come esiste un'arte religiosa e una atea, una visione del mondo così e una cosà! Il punto non è questo. Il punto è saper distinguere la causa dall'effetto, il pensiero dalla conseguenza. Il punto è ricordare che le classificazioni sono a posteriori, mai a priori.










giovedì 11 febbraio 2016

Tragico

Avevo deciso di passare in silenzio il duetto di commemorazioni dei genocidi, se non per la condivisione del passaggio di Primo Levi che ripropongo adesso.
E lo ripropongo adesso, con qualche ora di ritardo, in occasione del ricordo dei morti a causa delle persecuzioni Titine e Comuniste, perché continuo a trovare noioso, fastidioso e, non per ultimo, tragico il fatto che ci sia così tanta gente, spesso anche intelligente e titolata, che continua a compiere un processo mentale che trovo alquanto imbarazzante e, appunto, noioso e tragico.
Costoro decidono che una forza politica, un movimento, un governo, un gruppo in generale è cattivo in quanto per qualsivoglia questione usa la violenza contro individui o gruppi che, sempre secondo i giudici sopra menzionati, nulla hanno fatto per meritare questo. Dopo questo passaggio, effettivamente abbastanza logico e razionale, accade che i cattivi automaticamente sono considerati cattivi in ogni loro azione e le vittime buona a prescindere. Accade per cui che se i buoni compiono azioni simili, o addirittura uguali, non possono essere condannati perché sono, per definizione, buoni. Per cui le stesse azioni sono condannabili o meno a seconda di chi le compie, nonostante all'inizio fossero considerate la causa della definizione di bene o male. Si tratta di un percorso logico che mi lascia ogni volta stupefatto.
Ma del resto siamo figli di un'etica che risale al processo di Norimberga in cui gli imputati nazisti si cavavano d'impaccio dalle accuse dimostrando che le azioni di cui erano accusati erano state compiute anche dai "buoni" alleati e, quindi, per definizione non potevano essere crimini di guerra. Che è un'interpretazione della faccenda altrettanto perversa di quella di cui parlavo sopra.
E allora, senza andare oltre, lascio al parola a Primo Levi. Di solito si citano sempre i brevi versi che fanno da apertura a "Se Questo è un Uomo", io preferisco citare invece questo breve paragrafo della premessa, sempre allo stesso libro, che trovo di una lucidità disarmante e capaci di spiegare, in poche parole, l'essenza del problema. Sostituite la parola straniero con quello che volete, il senso è invariato. Resta chiaro oggi, come nello scorso millennio, per chi vuol vedere.

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
(Primo Levi, Se Questo è un Uomo)

mercoledì 3 febbraio 2016

Ci sono venticinque...

foto di Vincenzo Cammalleri.


Ci sono venticinque che valgono ben più di un trenta e lode. Perché arrivano dopo un ventuno allo scritto, una notte insonne per l'influenza e la febbre che sale.
Ci sono venticinque che valgono più del numero per i complimenti del professore, perché più del voto conta un "sono soddisfatto perché si vede che hai studiato e perché sai ragionare e questo è molto importante".
E brucia non poterti chiamare per raccontarti tutto questo, per dirti che un altro scoglio è stato superato.
E sì, lo so, l'alcol andrebbe evitato con la febbre, ma mi piace pensare che adesso siamo in due a festeggiare. Perché dopo aver verbalizzato il mio primo pensiero è stato per te. Perché questo stupido venticinque oggi lo dedico a te.

sabato 2 gennaio 2016

Un anno di letture - 2015

Come lo scorso anno un breve e rapido passaggio su alcune delle letture di questo 2015. Ribadisco l'impossibilità di descrivere un libro in poche parole, questo post non ha alcuna pretesa di tale genere, semplicemente è un modo per tracciare le letture più significative (e anche questo è dubbio) di questi dodici mesi. Non troverete quindi tutti i libri che ho letto in questo 2015, ma solo quelli di cui ho scritto una recensione o che ho deciso di menzionare per chissà quali oscuri motivi. Per alcuni libri, avendoli io recensiti durante su altri blog, troverete direttamente il link alla recensione completa.



Cielo e Ferro di Italo Bonera & Paolo Frusca
Recensione

Saggi Politici di Naom Chomsky
Sempre interessante e pungente, Chomsky merita una lettura. Non ha molte risposte da offrire, ma le domande sono tante e tutte importanti.

2041 di David Becchetti
Recensione

Uomini e Androidi di Edmund Cooper
Recensione

Il Piacere di Scoprire di Richard Feynman
Un'intelligenza così spiccata offre quasi naturalmente immensi spunti per spingere un po' più in là i propri orizzonti.

L'uomo di Marte di Andy Weir
Caso mediatico dell'anno, se letto con l'idea di divertirsi a vedere come questo povero disperato si ingegna a sopravvivere tentando di superare le francamente incredibili avversità che il fato gli scatena contro.

Axiomatic di Greg Egan
Recensione Egan è un dei miei scrittori preferiti. Questa sua antologia è da leggere senza attendere oltre.

I Ciechi e le Stelle di Giorgio Cicogna
Recensione
Splendinda antologia di un autore dimenticato. Racconti evocativi di una umanità che cerca di spingersi oltre i limiti .
evoca il coraggio di chi, anche di fronte all'inafferrabile, non rinuncia a combattere per conquistare centimetro dopo centimetro, atomo dopo atomo, il suo posto nell'universo. - See more at: http://cronachediunsolelontano.blogspot.it/2015/03/i-ciechi-e-le-stelle-di-giorgio-cicogna.html#sthash.edR7Wu8B.dpuf

Antologia Scolastica
Racconti selezionati dal sommo Asimov. Lo scopo è quello di usare la narrativa per stimolare la capacità critica nei ragazzi. Ogni racconto presenta in appendice delle domande che si propongono di spingere il lettore a riflettere sulle tematiche affrontate.

La Terra sull'Abisso di George Stewart
Recensione
Un romanzo che non esito a definire Esistenziale.
Benché fosse accaduto tanto, e per quanto profondamente ogni esperienza lo avesse colpito e fatto soffrire, lui era sempre l’osservatore: l’uomo seduto in disparte, mai troppo coinvolto e in ogni caso desideroso di limitare la sua partecipazione.
(George R. Stewart)

Dialogo di Primo Levi & Tullio Regge
Difficile raccontare questo agile volumetto. Non è un saggio, non vi sono articoli da leggere. Troverete la trascrizione di uno scambio verbale tra due fra le menti più interessanti dello scorso secolo. Cibo per l'anima, non c'è modo migliore per definirlo.

La Dittatura delle Abitudini di Charles Duhigg
Attraverso continui riferimenti alla storia di svariati prodotti commerciali e della loro introduzione nel mercato (fino a creare un legame strettissimo cone le abitudini dei consumatori), Duhigg illustra come le abitudini ci ingabbiano e limitano le nostre scelte.

A Futura Memoria di Leonardo Sciascia
Una raccolta di articoli pubblicati da Sciascia su diverse testate giornalistiche. Gli argomenti sono i più svariati, ma questo non rende meno interessante la lettura. Splendide le pagine sui professionisti dell'Antimafia.

Darwinia di Robert Charles Wilson
Recensione

I Prigionieri del Caduceo di Ward Moore
Recensione

La Forza della Ragione di Oriana Fallaci
Oriana Fallaci, nonostante tutto, rimane sempre una lettura interessante. Diretta, pungente, non gira intorno alle parole e punta dritto al sodo. Alcuni passaggi sono di una lucidità disarmante, altri ingenui come non ti aspetteresti mai da una giornalista di tal livello. Da leggere, ma con un senso critico all'erta per difendersi dalle inevitabili assurdità.

La Madonna delle Rocce di Clelia Farris
Di fronte alla rude e stancante vita di sussistenza i legami e le abitudini radicate in una società del benessere vengono fortemente messi in discussione. La conoscenza diventa potere, come pure la forza fisica. Clelia Farris sembra voler suggerire che senza le conquiste della tecnologia, che rendono gli uomini uguali di fronte alle necessità della sopravvivenza, il sogno dell'uguaglianza fra gli uomini, come pure dell'uguaglianza fra i sessi, è privo di significato.
Fra 418 giorni i soccorsi entreranno nel sistema di Okri e Ommi e ci porteranno macchinari per lavorare la terra, pompe di irrigazione, pannelli per abitazioni ecocompatibili, lastricatrici automatiche, docce a vapore, veicoli a idrogeno che si comandano spostando una levetta, bioincubatrici, refrigeratori e tutte quelle indispensabili carabattole che ci rendono uguali.
(Clelia Farris)

L'Insostenibile Leggerezza dell'Essere di Kundera
Dopo anni di attesa mi sono deciso a leggere questo famosissimo romanzo. Piacevolmente colpito, in particolare dal persistente senso di smarrimento di fronte all'imponderabile che pervade le pagine.
Qualsiasi studente nell'ora di fisica può provare con esperimenti l'esattezza di un'ipotesi scientifica. L'uomo, invece, vivendo una sola vita, non ha alcuna possibilità di verificare un'ipotesi mediante un esperimento, e perciò non saprà mai se avrebbe dovuto o no dare ascolto al proprio sentimento.[...]

[...]Se la storia ceca si potesse ripetere, sarebbe certo desiderabile provare ogni volta la seconda eventualità e poi confrontare i due risultati. Senza un simile esperimento, ogni considerazione non è che un gioco di ipotesi.
(Kundera)

Spore di Andrea Viscusi
Dopo aver apprezzato il suo "Dimenticami, Trovami, Sognami", ho deciso di dare ancora fiducia a Viscusi e provare questa antologia personale. Mi dichiaro pienamente soddisfatto, i racconti sono semplici, senza fronzoli, rapidi alla lettura e non privi di un certo significato profondo.

L'Innaturale Evoluzione delle Cose di Giuseppe Iacolino
Romanzo d'esordio del giovane scrittore Palmese. Pur essendo un'opera prima regge benissimo l'urtro e risulta un romanzo da cui è difficile staccarsi prima di averlo finito.
Bisogna avere un caos dentro di sè per partorire una stella danzante.
(Nietzsch, Così Parlò Zarathustra)

I Cosiddetti Sani: Patologia della Normalità di Erich Fromm
Un insieme di saggi che spaziano su diversi argomenti. Molto interessante la prima parte (che occupa più della metà del volume), meno le successive tre.
Proviamo a immaginare un futuro in cui la gente lavori solo quattro ore al giorno, guadagnando il doppio o il triplo di oggi. Norman Thomas e i fautori del New Deal [la politica economica e sociale del presidente F. D. Roosevelt], e magari anche buona parte dei repubblicani, la considererebbero una meta estremamente auspicabile.
Che, tra l'altro, corrisponderebbe ai sogni più arditi del socialismo di mezzo secolo fa. Una tale condizione andrebbe addirittura molto al di là, e sarebbe molto più radicale, di quello che Karl Marx descriveva come lo scopo immediato del socialismo e della rivoluzione. Dunque, proviamo a immaginare che sia possibile. Che cosa accadrebbe?
Sarebbe una vera catastrofe! Sarebbe un fiorire di crolli nervosi, poiché gli uomini non saprebbero assolutamente che fare del loro tempo e della loro vita. Inizierebbero a comprare come pazzi. Comprerebbero un'auto nuova ogni sei mesi. E anche così proverebbero un profondo disappunto perché quel paradiso in terra, l'esaudimento di tutti i loro desideri, non ha alcun senso, è assurdo.
Ciò che spinge avanti il mondo è che il paradiso non viene mai raggiunto, che rimane sempre in lontananza, all'orizzonte. Possiamo consolarci dicendoci che un giorno arriverà la soluzione, la liberazione. E dato che la maggioranza della popolazione, se guardiamo la media dei redditi, non vedrà mai quel giorno, la speranza resta sempre viva. Una speranza che non viene mai del tutto meno, poiché siamo convinti che quello che abbiamo non ci basta e che, se avessimo di più, saremmo felici. Se si realizzasse veramente la situazione in cui la gente potesse lavorare solo due o tre ore al giorno, con un salario o uno stipendio moltiplicato, si tratterebbe in realtà di una vera e propria catastrofe.
Per secoli, scrittori e utopisti hanno descritto con parole toccanti il sommo ideale: una vita in cui pochissimo tempo viene impiegato per ottenere quello che serve per vivere, dove esiste ogni genere di beni di consumo e non manca nulla. Proviamo a immaginare realisticamente che cosa avverrebbe se oggi fosse possibile vivere così! Faremmo di tutto per evitare tale condizione, perché ci condurrebbe ineluttabilmente a un crollo psichico. Non siamo assolutamente preparati a impiegare in modo sensato la nostra vita e il nostro tempo, che sono invece diventati due aspetti di quella religione del produrre e consumare nella quale produzione e consumo non hanno più alcun rapporto con i reali e concreti bisogni dell'uomo.





Cicogna non trascura la componente umana. Nei suoi racconti non commette mai l'errore di considerare la scienza come inevitabilmente benefica, al contrario pone l'uomo (e le sue scelte) come artefice del proprio destino. I Ciechi e le Stelle è un titolo fortemente evocativo. Lascia pensare a un'umanità che arranca nella ricerca della conoscenza, che sogna traguardi straordinari, ma che è costretto a fare i conti con i limiti imposti dalla natura stessa, con il proprio limitato corpo e la propria mente forgiata dall'evoluzione a pensare in un certo modo. Cieco è l'uomo che non può comprendere ciò che ha di fronte perché i suoi sensi non possono percepirlo, i suoi strumenti sono insufficienti o il suo modo di pensare il mondo non permette di inquadrare il fenomeno in una teoria. I Ciechi e le Stelle evoca lo slancio dell'uomo verso un'impresa più grande dell'uomo stesso, evoca il coraggio di chi, anche di fronte all'inafferrabile, non rinuncia a combattere per conquistare centimetro dopo centimetro, atomo dopo atomo, il suo posto nell'universo. - See more at: http://cronachediunsolelontano.blogspot.it/2015/03/i-ciechi-e-le-stelle-di-giorgio-cicogna.html#sthash.edR7Wu8B.dpuf

lunedì 14 dicembre 2015

Quando servire diventa un privilegio



Questa foto è tra le mie preferite. Un ricordo prezioso che si riferisce a uno dei momenti più intensi della mia famiglia. Non credo sia difficile capire il perché mi piace così tanto, ritrae i miei genitori mentre riposano fianco a fianco. Ma oltre a questo rappresenta anche altro: è stata scattata il sette febbrario di questo poco simpatico 2015 e dall'altra parte del telefono c'ero io a immortalare la scena. Quella sera eravamo al pronto soccorso dell'Ospedale Gemelli, dove abbiamo passato la notte, i miei genitori erano stanchi e, soprattutto, preoccupati. Avevo accusato ancora mal di testa dopo l'intervento d'urgenza e il successivo ricovero a neurochirurgia avvenuto due settimane prima e mio padre giustamente era spaventato che potesse ripresentarsi il problema che mi aveva obbligato a entrare in sala operatoria e farmi trapanare il cranio. Mentre aspettavamo in sala d'attesa i miei genitori cercavano di riposare e proteggersi dal freddo che entrava dalla porta continuamente aperta dalla gente che arrivava. Io ho colto l'occasione per scattare questa foto che vado spesso a riguardare per ricordarmi del loro amore nel sostenere un figlio bisognoso di aiuto.
Qualche anno fa un mio cugino mi disse "mostra rispetto e affetto a mio figlio e sarà come se tu avessi fatto questo a me" (solo adesso mi rendo conto di come suoni affine alla parola di un certo Gesù di Nazaret). A livello razionale avevo capito e condiviso quelle parole, ma allora non potevo certo comprendere il loro significato più profondo. E probabilmente non posso neppure adesso, dovrò aspettare di avere un figlio per sentire sulla pelle quell'amore di cui ogni genitore parla.
Eppure quando mi capitava di ripensare a quelle parole sempre più spesso ero tentato dal capovolgere la prospettiva e considerare invece la cosa dal punto di vista di un figlio che osserva e considera come gli altri si pongono nei confronti dei suoi genitori. Nel corso degli anni quell'istinto viscerale che mi spingeva a reagire contro qualunque offesa nei confronti dei miei genitori era lentamente aumentato. Non importava che l'offesa fosse verbale o fisica, semplicemente il cosiddetto "mancare di rispetto" nei confronti dei miei genitori mi faceva automaticamente ribollire.
Questo riflesso è cresciuto esponenzialmente durante la malattia di mio padre. Immediatamente io e mia sorella ci siamo attivati per cercare di fare il possibile e con il passare del tempo, mentre mio padre si indeboliva e diventava sempre più bisognoso di attenzioni, diventavo sempre più attento a come le persone si comportavano nei suoi riguardi. E il mio comportamento si adattava di conseguenza. Chi per lui mostrava attenzione e cortesia veniva da me ricambiato allo stesso modo, mentre chi lo trattava con sufficienza, ostilità o scortesia si guadagnava il mio disprezzo razionale e, soprattutto, il mio odio emotivo. Mi bastava vedere quella persona per mettermi sull'attenti, pronto a reagire. Non ce n'era motivo, si trattava soltanto di gente poco educata o semplicemente ignorante, ma un qualche ancestrale istinto di protezione mi risvegliava i sensi.
È stato in quei due mesi che ho compreso realmente il senso della parola servire. Era una parola che sentivo spesso in casa nella sua traduzione siciliana sirbiri o serbiri, di solito si riferiva alle persone anziane o particolarmente malate. Era una parola che da piccolo mi suonava male, sarà forse per quella caratteristica tipica del dialetto siciliano che inasprisce spesso le parole, la sentivo come una costrizione, un obbligo. Invece, ho scoperto in questi mesi, il valore profondo che questa parola custodisce è incindibilmente legato alla parola amore. Ho compreso, mentre con mia madre e mia sorella mi prendevo cura di mio padre, cosa vuol dire mettersi al servizio di qualcuno per ogni suo bisogno e adattare la propria vita in relazione alle esigenze di una persona amata e bisognosa di attenzioni. Ogni volta che mio padre mi cercava perhé lo aiutassi in qualcosa mi mettevo al suo fianco e lo accompagnavo nei gesti quotidiani sentendomi onorato di poter servire in qualche modo una delle due persone che mi avevano dato la vita. Mi sentivo onorato di essere accanto a lui e aiutarlo, sostenerlo, offrire la mia forza e il mio affetto alla persona che più di tutte stimavo. Ho scoperto in pratica che i sacrifici fatti per amore tutto sono tranne che sacrifici.
Dopo aver vissuto questa esperienza mi rendo di come chi non ci sia mai passato non può comprendere la forza inaspettata che si scopre di avere quando più è necessaria.
 
Ci sono emozioni nei miei ricordi di quei giorni che non posso raccontare, non per un malrealizzato senso del pudore, quanto perché forse non sono ancora in grado di descriverle neppure nella mia testa. Quello che so, quello che ho compreso nel profondo, è l'incredibile fortuna di aver avuto un padre nella mia vita a proteggermi a sostenermi con la sua semplice presenza silenziosa. 
 
C'è un senso di giustizia nel poter restituire, almeno in parte, l'amore che un genitore offre ai suoi figli restandogli accanto quando i rapporti di forza si invertono e tocca al figlio sostenere il genitore. So di aver perso mio padre troppo presto, ma so anche che se non fosse stato per un incredibile combinazione di fortuna e prontezza di riflessi, per non parlare della lucidità mentale sua e della disponibilità di chi si è accorso subito in suo aiuto, non avrei mai avuto il privilegio di crescere  vivendo ogni giorno con la sua presenza nella mia vita. So che avrei desiderato poter essere per molto più tempo il bastone della sua vecchiaia (come mi disse una volta di tanti anni fa), ma so anche che è stato un onore essergli accanto ogni giorno in quei due mesi e servirlo cercando di alleviare il più possibile le sue sofferenze.
E non dimenticherò mai come, anche nel momento più difficile, il suo pensiero fisso era la sua famiglia: sua moglie e i suoi figli. Come mi diceva continuamente di mettere a caricare il computer di mia madre per evitare che si calasse lei e sforzasse la schiena. Come si preoccupava che mangiassimo o come quando gli dicevo di non preoccuparsi e di pensare solo a riposarsi perché "papà stanotte non hai dormito quasi niente" lui mi rispondeva dispiaciuto "nemmeno te ho fatto dormire". Ed è stato un onore esserti accanto papà, passare le notti con te, con quel padre che il giorno della partenza per Roma nella speranza di trovare una cura mi chiese un'ultima volta "ma tu stai bene? Hai avuto più problemi?". Di fronte alla prospettiva della morte la sua preoccupazione era rivolta ai suoi figli e a sua moglie. Cosa posso dire di mio padre se non che essere suo figlio è stato e sarà per sempre un privilegio straordinario? Nel prenderci cura di te, noi due figli tuoi, non potevamo far altro che seguire l'esempio che ci hai lasciato quando ti prendevi cura di tuo padre negli anni della sua vecchiaia. 

Ho imparato in questi mesi il senso profondo della parola Famiglia, una parola che sembra aver perso il suo significato nella caotica vita delle città globali, ma che ha mostrato tutto il suo valore quando nei giorni più tristi non siamo mai rimasti soli, circondati come eravamo dall'affetto di amici e parenti.
E non dimenticherò mai, papà, tutte le persone che entravano in casa e scoppiavano a piangere pensando a te e alla tua sofferenza, segno inconfutabile della stima e dell'affetto che ispiravi a quanti avevano avuto la fortuna di incontrarti. 



Come sarò ricordato dai miei figli? Ecco la vera misura di un uomo. (Abulurd Harkonnen - Frank Herbert)
Grazie... Grazie per tutto, per le mattine al mare e per i combattimenti sul tuo amato divano. Grazie per le vacanze insieme e il latte la mattina alle quattro mentre gli zoccoli per strada suonavano la sveglia. Grazie per quello che ho detto e per quello che rimarrà dentro di me senza essere mai raccontato. Grazie per la reazione che il tuo nome provoca in così tante persone, leggere nei loro occhi il rispetto e l'affetto nei tuoi confronti è una gioia per i tuoi figli. Grazie per innumerevoli momenti e incalcolabili significati.
Ogni notte, mettendomi a dormire su quel materasso accanto a te, mi tornava alla mente una strofa di una canzone:

L'ultima notte al mondo io la passerei con te
 Essere lì con te è stato un onore... Portare per tutta la vita il tuo cognome è un orgoglio inestimabile.
Come ti ho già detto: È un privilegio essere tuo figlio, grazie papà.

















sabato 12 dicembre 2015

Grazie

È strano non sentire più la tua voce, chiamare mamma e non dire più "passami papà". Sono ormai più di due mesi che non ci sei e continuo a chiedermi ogni giorno dove sei andato. Come in quei giorni mi mettevo accanto a ciò che di te restava e ti chiedevo "dove stai andando papà?".
E se fosse possibile ti verrei a prendere, per riportati con noi e abbracciarti ancora. Per sentire la tua voce, per stringerti la mano, per prepararti ancora uno di quei piatti che ti facevano dire "mi sono arriccriato", per andare ancora al mare insieme come abbiamo fatto per più di vent'anni, insieme allora come la scorsa estate e in tutti questi anni senza cambiare nulla se non quello di noi due che guidava l'auto: tu nei primi quindici anni, io negli ultimi dieci.
Credo che non ci sia onta più grande per un figlio dell'essere causa delle lacrime di un genitore. Cosi come credo che non ci sia onore più grande per un figlio dell'essere causa delle lacrime di un genitore.
Ho avuto la fortuna di crescere sotto la tua ala, ho avuto il piacere di scoprire in età adulta che grande uomo sei stato. Ho avuto la gioia di dirti quanto fortunato mi sentissi nell'essere tuo figlio, ho avuto il privilegio di assisterti nel momento più tragico.
Ho avuto in effetti il privilegio di essere tuo figlio. E di tutto questo volevo dirti ancora una volta grazie.
Ma voglio ringraziare te e mamma Carmela per quello che in fondo è il regalo più bello che si possa fare a un figlio. Voglio dirvi grazie, mamma e papà, per avermi regalato quella meravigliosa rompicoglioni che è mia sorella Vittoria.
E non preoccuparti papà, ci pensiamo noi alla mamma.

sabato 21 novembre 2015

Un Editoriale dal Futuro

Con un paio di mesi di ritardo pubblico anche in questa sede il racconto con cui ho partecipato alla seconda edizione del contest "Spazio all'Immaginazione", piazzandomi al terzo posto dopo la vittoria dello scorso anno.


redit: iforlab
Un Editoriale dal Futuro
Vincenzo Cammalleri
Con la chiusura ieri dei Giochi della XXXVI Olimpiade cala il sipario sull'evento sportivo, ma resta viva la sensazione entusiasmante e allo stesso tempo inquietante, che una nuova epoca sia alle porte. Non è mai facile scrivere un editoriale quando si ha la certezza di essere testimone di un evento di tale portata, si rischia di scivolare nel campo della retorica e allo stesso tempo di banalizzare un momento storico di cui si parlerà nei secoli (e forse nei millenni) a venire.
Non è una questione di record, sebbene siamo tutti rimasti impressionati dalla prova collettiva degli atleti nordcoreani. Dopo la sorpresa nelle prime gare qualcuno aveva ingenuamente sperato che si trattasse di un fuoco di paglia, ma mentre i giorni passavano le finali decretavano i vincitori, si assegnavano le medaglie e i record venivano infranti lasciando presagire un risultato finale che ci avrebbe lasciati tutti senza fiato. A Olimpiade conclusa il medagliere di Dehli 2036 assegna duecentosessantasette Ori alla Nord Corea, accompagnati da duecentoquindici Argenti e duecentotrentaquattro Bronzi. Un primo posto incontrastato con gli U.S.A. secondi con soli ventiquattro Ori, mentre il nostro medagliere azzurro piange con appena un Bronzo conquistato dal giovane Donetti nella scherma. Un distacco simile non si era mai visto nella storia dei Giochi Olimpici, un monopolio tale per cui si può affermare a ragion veduta che in India abbiamo assistito alle prima dimostrazione di quello che la bioingegneria può realizzare.
Le prestazioni sovrumane di Kim Eun Hae nel getto del peso (NWR con 47,38 m), Kang So Hyuk nel salto in lungo (NWR con 15,82 m) e Lee Sung Go nella maratona (NWR 1h27'58'') sono già sufficienti per intuire che a Dehli non hanno gareggiato dei semplici esseri umani. I test e i prelievi effettuati hanno evidenziato parametri ben oltre i range di normalità, anche per gli atleti più straordinari. Non c'è bisogno di citare i già ampiamente diffusi dati sull'ematocrito degli atleti coreani (che in alcuni casi ha toccato l'incredibile quota del 73% ponendo seri dubbi sulla salute e il destino di tali atleti una volta terminati i Giochi), basta ricordare le immagini in televisione con gli atleti dal torace ampio e con i lanciatori coreani dotati di una muscolatura semplicemente esagerata per arrivare infine al caso di Ri Kwang Chong (dominatore nel nuoto) con quei fori dietro il collo che si sono dimostrati essere delle narici ectopiche.
É chiaro a tutti che il famoso Uomo Nuovo annunciato dal governo di Pyongyang è un atleta costruito ad arte per superare i limiti che l'evoluzione ha imposto all'uomo naturale (se oggi questa parola ha ancora un significato).
A nulla servono le invettive degli indignati che vorrebbero tornare alla purezza di un tempo in cui il gesto sportivo era alla portata di qualunque uomo e la discriminante tra la normalità è l'eccellenza era dovuta, più che ai fortunati doni di madre natura, alle capacità individuali di superare ogni ostacolo con la forza di volontà.
Del resto il passaggio dal dilettantismo al professionismo aveva già tracciato un primo solco e successivamente l'ammissione di Oscar Pistorius a Pechino 2008 è stato un precedente che nel giro di qualche anno ha aperto le porte a tutta una serie di casi limite. È stato giocoforza accettare il doping e regolamentarlo.
Segno dei tempi che cambiano, segno di un nuovo modo di vedere e affrontare il limite in cui l'atleta non è più il romantico eroe che affronta in solitaria gli orizzonti imposti ai mortali. Oggi l'atleta è non solo servito e preparato da un team di esperti professionisti che perfezionano il gesto e l'atleta-macchina. Da adesso in poi l'atleta non è più scelto dal fato, ma costruito e progettato verso un destino preciso prima ancora di nascere. Ma, se guardiamo oltre i record e le prodezze sportive, l'atleta perfetto realizzato dai coreani è solo un esempio di quello che sarà l'uomo nuovo.
Fa una certa impressione scriverne e, come dicevo all'inizio di questo articolo, rischio di risultare retorico e pedante, ma ho trascorso notti insonni alla tv e mentre guardavo e riguardavo i record frantumati mi chiedevo continuamente: e ora?
Filosofi e pensatori ne hanno parlato qualche volta, mentre libri e racconti di fantascienza hanno sviscerato da molteplici angolature il problema di ciò che verrà dopo l'uomo. Ricordo uno splendido romanzo di René Barjavel, Il Viaggiatore Imprudente, che lessi una trentina di anni fa. L'autore francese descriveva le tragicomiche avventure di due spericolati viaggiatori nel tempo, tra cui il loro arrivo nel mondo del 100.000 D.C.! Agli occhi dei viaggiatori si mostra un mondo irriconoscibile, dove strani esseri svolgono le più disparate funzioni in una società che ricorda una fabbrica biologica. Alla fine rimangono basiti quando realizzano che stanno assistendo all'estrema evoluzione umana: la specializzazione ha portato gli uomini a dividersi in specie differenti, ognuna delle quali si dedica a una funzione precisa, più o meno come fanno le formiche in un formicaio o, meglio ancora, come fanno gli organi del corpo umano. Un romanzo scritto poco meno di un secolo fa, ma che sembra anticipare gli eventi e suggerire quello che potrebbe accadere in un tempo non troppo lontano, certamente ben prima di quanto prospettato da Barjavel.
Forse sto volando troppo con la fantasia, ma non si può ignorare il fatto che tutta la storia umana sia stata una corsa alla specializzazione. La differenza è che oggi questo processo può iniziare prima ancora che l'individuo sia composto da un numero complessivo di cellule superiori all'unità. Il pericolo in tutto questo è che se è possibile avere su commissione il figlio dei sogni, se è possibile progettare a tavolino il soldato perfetto, l'atleta perfetto o il manager perfetto, allora la dignità dell'individuo in quanto essere unico e dotato di diritti viene sacrificata sull'altare delle logiche di potere o dei desideri egoistici di genitori incapaci di fare i conti con le variabilità naturali della vita.
Mi rendo conto che può non sembrare un gran problema, ma se fate due conti non è difficile rendersi conto che nel momento in cui compaiono i primi “superumani” essi hanno inevitabilmente un vantaggio evolutivo non trascurabile. Se una nazione è dotata di atleti capaci di fare con un respiro quello che gli altri atleti fanno con tre respiri è ovvio che per poter competere anche le altre nazioni dovranno cercare di adeguarsi. Se un esercito è dotato di soldati capaci di muoversi più velocemente, di pensare più rapidamente, di colpire con rapidità e forza sovrumane allora nessun altro esercito potrà competere e sarà costretto ad adeguarsi in una corsa agli armamenti di tipo umano.
Rischiamo due scenari:
- Nel primo scenario questi nuovi uomini saranno prodotti come schiavi, ammesso che si riesca a controllarli e dominarli senza che qualcuno trovi il modo di ribellarsi, e daranno un immenso potere a chi potrà sfruttarne le prestazioni. Questo scenario presenta innumerevoli risvolti etici sia per quanto riguarda i nuovi schiavi e sia per il potere che i nuovi schiavisti potranno esercitare.
- Nel secondo scenario invece questi esseri saranno in grado di integrarsi lentamente e cominceranno a occupare tutti i ruoli più importanti nella società grazie alle loro doti eccezionali. Per gli umani “normali” non si chiuderanno solo le porte delle arene sportive, ma anche quelle degli uffici più prestigiosi e dei consigli di amministrazione. Ci ritroveremo a essere dipendenti in ogni cosa da questi nuovi superumani e incapaci di decidere del nostro destino.
Qualcuno si starà ancora chiedendo cosa c'è di male. In fondo se questi esseri sono così intelligenti e forti da poter pensare e agire meglio di noi allora vuol dire che per l'umanità alla fine tutto si rivelerà un grande affare. Ma non bisogna dimenticare che l'avere governanti più capaci e intelligente non è necessariamente sintomo di miglioramenti e benessere per i governati, semplicemente perché chi ha il potere potrebbe voler usarlo più per il proprio benessere che per quello del suo popolo.
Questo dei superumani costruiti in provetta è un fenomeno appena agli inizi, al momento limitato perché gestito e controllato da un unico potere centrale, ma cosa accadrà quando praticamente chiunque potrà farsi il laboratorio il suo superumano preferito? Cosa ne sarà della dignità e dei diritti di questi individui? Quali prospettive ci saranno per chi si rifiuterà di adattarsi a questa corsa biologica verso l'oltre-umano?
Il punto è che si potranno stabilire leggi e accordi internazionali, ma limitare e contenere il fenomeno non basterà: ci sarà chi riuscirà comunque ad aggirare gli accordi come del resto è sempre accaduto e come la storia stessa della bomba atomica ci insegna. Chiunque riuscirà a realizzare su vasta scala un esercito, non necessariamente militare, di superumani sarà in grado di mettere sul campo un potere ineguagliabile da coloro i quali si rifiuteranno di adattarsi ai tempi che mutano. Quando il primo uomo con una pietra affrontò l'uomo che continuava a combattere orgogliosamente a mani nude fu il primo a vincere lo scontro. Con buona pace delle considerazioni etiche e morali.